I Campionati Europei di calcio, al di là dell’interesse sportivo e del risultato sono stati teatro dell’ennesima campagna di sensibilizzazione contro razzismo e discriminazioni di genere.

In particolare il gesto di inginocchiarsi prima dell’inizio di una partita di calcio fa riferimento al cosiddetto ‘taking the knee’, forma di protesta nata nel 2016 grazie al famoso gesto compiuto da Colin Kaepernick, ex giocatore dei San Francisco 49ers, che si inginocchiò prima dell’inizio di una gara di NFL durante l’inno americano. “
Non potevo restare in piedi durante l’inno di un paese che opprime le minoranze etniche” dichiarò successivamente Kaepernick, che, dopo la sua protesta, fu letteralmente emarginato dalla NFL, con San Francisco che al termine della stagione non gli rinnovò il contratto.
Nell’ultimo anno il gesto di Kaepernick è stato riproposto con vigore dopo l’omicidio di George Floyd, l’afroamericano ucciso dalla polizia di Minneapolis.

Attraverso il Black Lives Matter il ‘taking the knee’ si è così diffuso anche nel mondo del calcio: i calciatori che si inginocchiano lo fanno per sostenere e tenere viva la protesta contro le discriminazioni etniche.
Ad Euro2020 non tutti i calciatori hanno accettato di inginocchiarsi. Motivo? Non tutti hanno pensato fosse il modo migliore di protestare contro una tematica così importante e delicata. La sensazione è che, per l’ennesima volta, si sia assistito ad una strumentalizzazione e ad una spettacolarizzazione di una tematica di non facile ‘gestione’.
Molti si sono giustificati dicendo che loro, il razzismo, lo combattono in altro modo. Altri hanno atteso la decisione della squadra avversaria per inginocchiarsi o meno.
Insomma, un flop clamoroso.
A rendere Euro2020 ancor più ‘piccante’ è arrivata anche la decisione della Uefa rendere arcobaleno il suo logo, all’indomani dello stop imposto all’idea del sindaco di Monaco di Baviera di proiettare gli stessi colori sullo stadio di Monaco in solidarietà verso la comunità Lgbt ungherese, in occasione della sfida tra Germania e Ungheria.
Per la Uefa l’arcobaleno non è un simbolo politico, ma un segno del nostro fermo impegno per una società più diversa e inclusiva“, ha spiegato la Uefa, che ha poi ribadito di essere “fiera di indossare i colori dell’arcobaleno”.
Insomma un’altra Euro figuraccia. In molti hanno commentato le due vicende con un salomonico “bene o male, purché se ne parli”.
Siamo sicuri che sia sufficiente? Ma soprattutto siamo sicuri siano state scelte azzeccate?

Personalmente credo si sia persa una grande occasione.
Il rispetto – per tutti – non deve essere uno spettacolo o un evento a spot, ma deve diventare (ritornare) una regola di vita.
Il rispetto non ha colore, sesso o nazionalità: dimostriamolo ogni giorno con il nostro comportamento.
Non è facile, purtroppo, ma facciamolo.
Perchè se crediamo possa essere sufficiente inginocchiarsi o esporre un arcobaleno per essere tutti uguali, allora non abbiamo capito niente.

Alberto Cristani