The Queen of Mtb

di Giorgio Vincenzi

La bicicletta è la sua vita. In sella a una mountain bike ha vinto tutto quello che c’era da vincere, ma avrebbe potuto ottenere buoni risultati anche nello sci di fondo, suo primo amore, o in qualsiasi altro sport. Paola Pezzo, perché è di lei che stiamo parlando, è stata ed è una forza della natura alla quale si accompagnano determinazione, tenacia e tanto duro lavoro. La combinazione perfetta per riuscire in qualsiasi specialità. Partendo dalla sua Bosco Chiesanuova, ha conquistato tutti gli appassionati di questo sport a suon di vittorie e simpatia. Nella specialità cross country ha vinto due medaglie d’oro: Atlanta 1996 e Sydney 2000. E ancora. Due campionati del mondo (1993-1997), una coppa del mondo (1997), tre campionati europei (1994-1996-1999) e tanti titoli italiani, l’ultimo nel 2005. Senza ombra di dubbio, Paola Pezzo è tra le più grandi biker del mondo tant’è che nel 1999 è stata inserita nella Mountain bike hall of fame (che si trova a Fairfax, a nord di San Francisco in California), l’albo delle personalità più importanti e influenti della mountain bike in ambito mondiale. Ora, a 51 anni, ha ancora tanta voglia di bicicletta e di insegnare ai giovani ad apprezzarla. Noi l’abbiamo incontrata per farci raccontare questa sua passione e la sua bella storia sportiva.

Il 2020 è l’anno delle Olimpiadi di Tokyo. Tu hai vinto ben due medaglie d’oro nel cross country: ad Atlanta nel 1996 e a Sydney nel 2000. Che ricordi ti porti nel cuore di quei momenti?
Ho dei bellissimi ricordi. Andare alle olimpiadi è il sogno di ogni atleta e se poi le vinci… Ad Atlanta, per esempio, non ero la favorita anche se avevo già vinto un mondiale nel 1993.  Tutti davano per vincitrice un’americana e tutto era a suo favore: correva in casa, era il centenario delle olimpiadi, negli Stati Uniti era la nata la mountain bike. Io mi ero preparata molto bene per l’appuntamento. Sapevo che ad Atlanta avrei trovato una temperatura vicino ai 40 °C e abitando in montagna avrei sofferto tantissimo il caldo-umido. Presi allora casa a Valeggio sul Mincio e per due anni, nelle ore più calde della giornata, andai ad allenarmi nelle zone delle risaie del basso mantovano. Mi ero preparata bene per la gara e la tranquillità di non essere favorita hanno fatto sì che salissi sul gradino più alto del podio.

Alle prossime Olimpiadi di Tokyo ci sarà la possibilità per l’Italia di vincere nuovamente una medaglia d’oro nella tua specialità?
Ci sono tanti ragazzi e ragazze forti, ma puntare a qualche medaglia è difficile.

Sempre in tema di olimpiadi, nel 2026 ci saranno quelle invernali in Italia che coinvolgeranno il Veneto con Cortina, ma anche Verona visto che in Arena si svolgerà la cerimonia di chiusura. Come vedi questa opportunità che ha la città?
È senz’altro una grande occasione per Verona per presentarsi anche come città dello sport. L’Arena è senz’altro un posto magnifico per la cerimonia di chiusura della manifestazione. Lo è stata anche l’anno scorso per il Giro d’Italia. Pensa che un tempo speravo che introducessero nei giochi olimpici invernali la specialità Winter Triathlon: corsa e ciclismo sulla neve e sci da fondo. I miei tre sport preferiti. Ci avrei sicuramente provato, manon è successo!

Qual è stata la tua forza o il tuo segreto per diventare una campionessa senza rivali?
Probabilmente io sono predisposta per gli sport di fatica e individuali. Ho vinto tante gare prima con la testa e poi con la tenacia, la voglia di arrivare, la forza di volontà. Quando mi metto in testa un obiettivo faccio di tutto per raggiungerlo. Scusa se mi ripeto, ma le gare si vincono con la testa e non solo con le gambe. Alle Olimpiadi di Sydney, per esempio, essendo arrivata in Australia dieci giorni prima della gara non sarei riuscita a recuperare in tempo il fuso orario e quindi in Italia mi allenai di notte.

Quante ore al giorno dedicavi all’allenamento?
Non tante. Ho sempre puntato sulla qualità più che sulla quantità. Invece di passare tante ore in bici con un elevato spreco di energie, bisogna fare degli allenamenti specifici, magari un’ora il mattino e una il pomeriggio, ma di qualità. D’inverno poi staccavo dalla bicicletta e facevo gare di sci da fondo, il mio primo amore.

Dopo la tua medaglia d’oro ad Atlanta del 1996, rimasta famosa anche per il tuo décolleté che incantò gli sportivi, un marchio mise a punto, per la prima volta, una collezione per il ciclismo interamente dedicata alle donne. Possiamo dire che si è trattato di una rivoluzione culturale nel ciclismo?
Prima di allora l’abbigliamento era prettamente maschile. Io non volevo, nonostante la mountain bike sia uno sport duro e da qualcuno definito poco femminile, perdere la mia femminilità e per questo con una ditta realizzai a una linea sportiva chiamata “Prima donna Paola Pezzo” che seguiva la moda nella scelta dei tessuti e dei colori. Quando andavo negli Stati Uniti a correre, gli americani non vedevano l’ora di adocchiare com’era il mio body.

Tu hai gareggiato anche su strada. Lì com’è andata?
L’ho fatto più come allenamento che come reale volontà di cimentarmi in questa specialità: avevo bisogno di velocizzare di più la mia pedalata. Ho fatto delle cronometro, la Sanremo, il Giro del Trentino. Non ho mai vinto delle gare, ma ho sempre ottenuto dei buoni piazzamenti.

Tornando indietro con la tua storia, come sei arrivata alla mountain bike?
A dire il vero all’età di otto anni ho iniziato a fare sport con lo sci di fondo. Ero entrata anche nella nazionale giovanile. A 15 anni sono arrivata seconda ai campionati italiani dietro a Stefania Belmondo (vincitrice di 10 medaglie olimpiche, n.d.r.). L’anno dopo, non ho mai capito bene il perché, sono rimasta fuori dal giro della nazionale e così non puoi permetterti economicamente di girare per allenarti. A 17 anni ho smesso. Poi una persona di Bosco Chiesanuova, Ginepro, mi regalò un “arrampichino” e mi disse di provarla perché sarebbe stato lo sport del futuro. E aveva ragione. La mia attività agonistica in mountain bike è poi iniziata nel 1988, avevo 22 anni, e si è conclusa nel 2005 con la vittoria dei campionati italiani a Sarentino.

Quando un amico ti chiede dei percorsi suggestivi da fare in mountain bike nel veronese, tu cosa rispondi?
Noi veronesi siamo fortunati perché abbiamo tantissimi bei posti: le torricelle sopra Verona, la Lessinia con il giro delle malghe, il Lago di Garda dove si può salire fino sul Monte Baldo. C’è solo l’imbarazzo della scelta.

Che consigli sugli acquisti puoi dare a chi invece vuole avvicinarsi da amatore alla mountain bike?
L’importante è avere un buon abbigliamento, senza spendere tanto. Fate attenzione alle scarpe che sono molto importanti. Il costo della bicicletta, senza esagerare, si deve aggirare tra gli 800 e 1.200 euro.

Cosa fa ora Paola Pezzo?
La mamma e seguo i figli anche nello sport: il più grande si sta cimentando con la bicicletta. Sono istruttrice federale e ho una scuola di mountain bike per bambini a Valeggio sul Mincio: si va da quelli che frequentano la scuola materna sino a quelli di dodici anni. A oggi gli iscritti sono circa un centinaio. Insegno mountain bike nel liceo sportivo di Castelletto di Brenzone sul Lago di Garda. Sto studiando per prendere il brevetto di Nordic Walking, l’evoluzione dello sci da fondo.