Arrampicare per essere in armonia con sé stessi: questa è in sintesi la formula vincente del King Rock e che, come ogni anno, offre – al via la nuova stagione per i ragazzi – alle nuove leve e agli agonisti alle prese con le competizioni imminenti.  E un imperativo categorico: divertirsi e condividere.

L’arrampicata coniuga disciplina e divertimento, concentrazione e voglia di giocare, intuito e consapevolezza di sé. Tuttavia, educare i ragazzi a vivere l’arrampicata in modo sano è un cammino lungo e tutt’altro che semplice.

Prima di tutto bisogna tenere in considerazione l’età, che è una variabile fondamentale. All’inizio il bambino vive l’arrampicata come un gioco: si diverte, si incuriosisce, socializza con gli altri bambini. Per lui, arrampicare è semplicemente molto bello e divertente. A partire dai 12 anni, invece, cominciano ad affiorare le prime paure ed emergono degli aspetti psicologici che il bambino, ormai prossimo alla fase adolescenziale, non mette in conto e fatica a gestire. Da questo momento in poi, il ruolo degli allenatori e del preparatore mentale diventa indispensabile, al fine di intercettare le loro difficoltà e preservare la loro voglia di scalare, di raggiungere obiettivi, senza mai perdere la voglia di divertirsi e stare in compagnia. Per gli agonisti in particolare, l’arrampicata presuppone, come per tutti gli sport, un mix di concentrazione e sacrificio, ma il divertimento non deve mancare mai.

L’arrampicata è uno sport individuale, ma si condivide inevitabilmente con gli altri. Quindi, il fattore ‘emozione’ conta tantissimo: gestire l’emotività fortifica a livello di carattere e concentrazione, purché si viva in modo sano. Ecco perchè è importante che i bambini prendano l’arrampicata come un gioco, almeno all’inizio: in questo modo, potranno comunque rifugiarsi nell’affetto dei loro compagni, nei loro incoraggiamenti, senza alcuna rivalità. Nel corso del tempo, cambiano le dinamiche e si innescano meccanismi più complessi, legati alla crescita del ragazzo e al rapporto con i propri allenatori.

Il legame che si crea tra i ragazzi e i loro mentori è qualcosa di speciale: è fatto di fiducia e complicità, ma non devono mai mancare autorevolezza e polso, soprattutto se i ragazzi sono degli agonisti. Agli allenatori spetta il compito delicato di supportarli, spronarli, indirizzarli, scegliendo il modo più appropriato di farli crescere tecnicamente ed atleticamente, rendendoli consapevoli che quello che stanno facendo è appagante. L’obiettivo principale non è mai il podio, ma creare solide basi per permettere ai ragazzi di vivere l’arrampicata in armonia con sé stessi. Questo percorso è lungo, difficile e delicato, ma necessario. Raggiunto questo obiettivo, i podi e le medaglie appariranno come traguardi molto più realistici e possibili.

Arianna Del Sordo