Alberto-CristaniIl vento. Il campo in non perfette condizioni. La pioggia. Il primo caldo. La sfortuna. Lo stress. Le aspettative dei tifosi. La paura di perdere. La troppa voglia di vincere. E poi lui, l’uomo cattivo, il disonesto, il colpevole: l’arbitro. Queste sono solo alcune delle giustificazioni usate da allenatori, dirigenti e giocatori per giustificare le prestazioni incolore e, soprattutto, le sconfitte.

Sorrido amaramente quando sento raccontare ai nostri figli che lo sport è palestra di vita, situazione dove bisogna in primis rispettare l’avversario, le regole e dove non è importante vincere. C’è ancora chi crede veramente in questi valori (io sono uno tra quelli…) però è obiettivamente difficile convincere i giovani che lo sport è solo ed esclusivamente divertimento e passione, soprattutto quando i cosiddetti campioni lanciano messaggi che sono l’esatto contrario.

Gli alibi nello sport – ma anche nella vita di tutti i giorni – contano ormai più delle regole e all’occorrenza diventano veri e propri salvagente ai quali aggrapparsi per mettersi in salvo, zone protette dove entrare e mettersi al riparo dalle critiche. Già, le critiche, altro argomento delicato. In quanti sono ancora disposti ad accettarle e ad affrontarle? Una critica costruttiva, per quanto possa dare fastidio, è il primo passo verso la rivincita. Il ‘non è colpa mia’ diventa però la scorciatoia per lasciare intatta l’autostima e precludere la strada a ogni analisi che ci permetta di migliorare in futuro, un atteggiamento da veri perdenti. Se ci fermiamo alle informazioni ‘mordi e fuggi’, come ad esempio le imbarazzanti interviste post partita (dovrebbero abolirle!) la situazione potrebbe sembrare inevitabilmente compromessa.

Esistono ancora, però, figure positive che lanciano messaggi forti e parlano di sport vero. Sta a noi media e addetti ai lavori, amplificare questi messaggi e metterli in evidenza, lasciando perdere i patetici quaquaraquà che dello sport fanno il palcoscenico sul quale mettersi in mostra.
Voglio quindi chiudere questo mio editoriale con le parole di Julio Velasco, allenatore e dirigente sportivo argentino, vera propria icona dello sport inteso come momento di crescita, di confronto ma soprattutto di lealtà.

Non c’è niente da fare: la prima vittoria è Vincere contro noi stessi. E dopo questa prima vittoria possiamo già cominciare ad avere una mentalità vincente, perchè sappiamo vincere i nostri difetti, e ancora non abbiamo battuto nessuna squadra. Il secondo passo è vincere contro le difficoltà, che è un’altra cosa rispetto a noi, perchè quando parlo dei nostri limiti parlo di limiti personali, oltre che della squadra, non limiti in generale. Poi ci sono altre difficoltà di ogni tipo che dobbiamo risolvere, che dobbiamo battere. La nostra squadra oggi è famosa a livello internazionale per un fatto che sembra banale, ma non lo è: siamo famosi perchè non ci lamentiamo mai. Sembra poco, ma non è poco…. Non è mai capitato che dopo una sconfitta noi dicessimo: ‘È stato il fuso orario, avevamo un giocatore con un’indigestione, abbiamo dormito male, l’arbitro…’ Mai. Non l’ho detto mai. Perché ? Perchè anche questo modo di comportarsi fa parte della mentalità Vincente. Tutti possono spiegare perchè non si è riusciti a fare una cosa, pochi riescono a farla lo stesso. E per questo occorre vincere anche le piccole difficoltà”.
Meditate, sportivi. Meditate.

Alberto Cristani