Un passato nel Judo. Un presente (e un futuro) nel rugby.
Parliamo di Marco Corso, Vicepresidente del West Verona dal 2014 e giocatore della Seconda Squadra.
Marco, raccontaci come sei passato dal mondo delle arti marziali a quello della palla ovale…
Fino ai 20 anni ho sempre praticato Judo a livello agonistico. Sono stato campione del Triveneto nella mia categoria, ho partecipato alle Finali Nazionali a Roma e da adolescente ho fatto parte della Squadra Regionale Veneto con cui ho preso parte a un torneo in Francia. Quando mi sono fermato un amico mi ha convinto a provare un allenamento proprio nel West, società da poco nata. Inutile dire che mi è piaciuto dal primo momento! E ho anche scoperto di essere veloce.
Qual è il tuo ruolo in squadra? E qual è secondo te il più impegnativo?
Io sono un tre quarti, ho giocato centro, ala ed estremo. Credo che ogni ruolo abbia le sue peculiarità, ma se parliamo di difficoltà fisica direi sicuramente che quelli di mischia hanno il loro bel da fare. In generale, comunque, in un gioco di squadra come il rugby ogni singolo giocatore è importante e ognuno deve muoversi al meglio insieme al resto dei compagni per arrivare in meta.
Quanto credi sia cambiata la società negli ultimi anni? Quali sono i prossimi obiettivi?
Il West Verona negli ultimi quattro anni ha subito un’enorme evoluzione. Da società “Cenerentola” del rugby veronese, senza una sede fissa, ora, con il nuovo campo, la club house e vari progetti in corso, è una realtà strutturata e con un numero sempre maggiore di tesserati. Ovviamente vogliamo rafforzare sempre più le nostre basi, aumentando il numero di iscritti e migliorando la qualità del rugby insegnato attraverso una continua formazione degli allenatori. Puntiamo sui giovani perché saranno loro gli atleti della Prima Squadra in futuro, atleti che porteranno il team a fare un salto di qualità.
Sei stato anche allenatore del minirugby e dell’under 14. Come valuti l’esperienza?
È stata ottima, secondo me il rugby è fantastico per i bambini! Imparano ad affrontare le situazioni complicate, a stare in gruppo e rispettare le regole della convivenza con gli altri. E poi praticano l’attività più semplice e naturale del mondo: giocano a rincorrersi e a prendersi. Inoltre credo possa essere d’aiuto nei i problemi relazionali. Quest’anno non ho però potuto essere presente per potermi dedicare a un’altra attività, ancora più bella: quella del papà. Ho una bambina, Sole.
E se un giorno Sole volesse giocare a rugby?
Ne sarei felicissimo. È da sfatare il mito che il rugby sia uno sport da uomini, è un preconcetto creato dalla società. E poi la Nazionale femminile è meglio di quella maschile nel ranking! Quindi facciamole provare, sporcare e divertire queste bambine, non devono solo essere carine, buone e tranquille.
Ph: Michele Critelli