L’Italia del calcio è al centro di un vero e proprio terremoto, conseguenza inevitabile di una mancata qualificazione ai Mondiali di Russia 2018 (da 60 anni gli azzurri non centravano l’obiettivo della qualificazione alla fase finale di una Coppa del Mondo n.d.r)

Si è detto e scritto di tutto e di più, puntando il dito su Giampiero Ventura e Carlo Tavecchio che hanno consegnato agli annali, con la loro sciagurata gestione, uno dei momenti più cupi della storia della nostra Nazionale.

Il calcio italiano, sia chiaro, non è sprofondato nell’anonimato solo ed esclusivamente per colpa del ‘fantastico duo’; chi lo afferma o è in malafede o è semplicemente incompetente. Di fatto servono persone vere e oneste, che di calcio ne capiscano veramente e che abbiano quantomeno una visione lungimirante. Ma è palese che risulta più semplice puntare su un Tavecchio qualunque piuttosto che pianificare, rifondare e gestire in modo oculato e intelligente, con vera ‘gente di sport ‘.

In generale, però, tutto lo sport Made in Italy, è lo specchio di un Paese dove, di frequente, si preferisce indossare i panni di spacconi col distintivo piuttosto di quelli più umili, e adeguati, di onesti lavoratori.

Il Fatto Quotidiano ha pubblicato lo scorso 13 novembre un’ inchiesta sui bilanci delle Federazioni Sportive Italiane dalla quale risultano essere in negativo ben 23 Federazioni su 44. Le peggiori sono ciclismo, baseball, rugby, equitazione, sport invernali, pattinaggio a rotelle e triathlon. Tra le più virtuose vanno menzionate scherma, volley, nuoto, tennis, basket e calcio, anche se sicuramente qualcosa è cambiato dopo lo spareggio con la Svezia.

Cosa significa questo? Beh, è abbastanza chiaro: tutto lo spor t azzurro è malato, un grande carrozzone che tende a dilapidare fortune in spese di funzionamento (stipendi personale, diarie, viaggi, affitti…) invece di investire, per esempio, nello sport giovanile e nella promozione della singola disciplina.

Ecco quindi che chi si è stracciato le vesti dopo il fallimento dell’Italia di Ventura al grido “Questo poteva accadere solo nel calcio” dovrebbe fare ammenda e, cercare di informarsi meglio.

Chi gioisce della débâcle della FIGC, perché spera che automaticamente attenzione e risorse (sponsor) cambino direzione verso altre discipline, è un illuso.
Se si vuole ‘sfruttare’ questo momento bisogna saper cogliere l’occasione in modo intelligente e costruttivo, investendo in promozione, diffusione e settori giovanili. Solo così si possono creare valide alternative al gioco del pallone che, comunque vada, resta e resterà lo sport più praticato e diffuso in Italia.

Anche se, visti i dati sopra riportati, il nostro Paese rischia di rimanere monopolio di (ta)vecchi!

Alberto Cristani